Pablo Picasso, genio al cubo!

Pablo Ruiz y Picasso, semplicemente noto come Pablo Picasso, nasce a Malaga nel 1881.
Siamo nel sud dell’Andalusia in casa di un pittore di discreto livello, insegnante di disegno alla Scuola delle Belle Arti della città, con madre di origine genovese.

Il suo evidente talento artistico si rivelò precocemente. La madre asserisce che le sue prime parole furono “piz, piz”, abbreviazione di lápiz, che in spagnolo significa matita!

 

La sua formazione ovviamente avvenne sotto l’egida del padre Don José introducendolo alla pittura ed allo studio dei grandi maestri.
Il suo primo dipinto, El picador, e certamente anche i successivi, erano caratterizzati da una abilità tecnica impressionante.
In questo periodo la famiglia si trasferì in Galizia nella cittadina de La Coruña dove il padre avrebbe insegnato nella locale scuola d’arte.

“Sebbene mio padre fosse disperato, per me il viaggio a La Coruña  era come una festa”

In effetti il giovane Pablo ebbe l’occasione di poter perfezionare le proprie doti artistiche frequentando i corsi di disegno della locale Scuola di Belle Arti potendo dare al contempo prova del suo talento.

Barcelona e Madrid

Il trasferimento nella città catalana, sempre per motivi di lavoro del padre, avvenne durante gli anni di espansione urbanistica dell’Eixample.
I nuovi fermenti del Modernismo catalano e l’indipendenza politica, la stabilità economica e la prosperità artistica furono una fucina di prim’ordine per il futuro padre del Cubismo.
Aprì un atelier a Calle de la Plata e da questo studio uscirono quadri come L’enfant de choeurLa prima comunioneScienza e carità, guadagnandosi con quest’ultima opera una menzione d’onore alla mostra nazionale di Belle Arti a Madrid.

Si trasferì nella capitale spagnola, un po’ per fare dispetto al padre che lo voleva in Germania, a Monaco di Baviera, una “città dove si studia seriamente la pittura […]”, ma soprattutto per i numerosi incoraggiamenti dal successo ottenuto.
Qui poté formarsi in modo più determinato, grazie all’ammissione ai corsi dell’Accademia Reale di San Fernando, potendo visitare assiduamente il Museo del Prado sotto gli occhi attenti dei personaggi descritti da Velásquez, El Greco, Zurbarán e Goya.
La sua permanenza madrilena però durò un solo inverno, causa malattia che lo costrinse a ritornare in Catalogna.

Els Quatre Gats

“Ai quattro gatti” era un locale nella modernista Casa Martí, ubicato in Carrer Montsió, per opera di Josep Puig i Cadafalch, che per Barcellona rappresentava ciò che Le Chat Noir era per Parigi, in quanto nel locale vennero realizzate esposizioni d’arte.
Il gestore della taverna decise di copiare il concept di birreria frequentata da artisti e intellettuali divenendo rapidamente uno dei locali preferiti dalla “Rinascenza catalana”: si poteva ascoltare Wagner, ammirare una opera di Jugenstil, ascoltare il pensiero di Nietzsche…

  

In questo contesto vi era anche un giovane Picasso che quanto mai ribelle cominciò a frequentare la taverna divenendo uno dei membri più in vista fin tanto che nel febbraio del 1900 si inaugurò la sua prima mostra personale.

Parigi, la bohème.

Il desiderio di raggiungere la capitale francese, ravvivato dall’entusiasmo degli “amici della taverna”, si realizzò alla fine del 1900.
Trovò una città elettrizzata dall’Esposizione Universale e iniziò a frequentare le numerosissime mostre su Delacroix, Coubert e Ingres.
Fu per il Louvre uno dei visitatori più assidui e conobbe le migliori gallerie e botteghe artistiche.

Una lettera datata 25 ottobre 1900, data del suo 19mo compleanno, descrive ad un suo amico catalano la vita che ha trovato a Parigi:

Se vedi Opisso, digli di venire, perché gioverà alla salvezza della sua anima; e digli anche di mandare al diavolo Gaudí e la Sagrada Familia… Qui ci sono veri maestri dappertutto.

Arte Joven ed il “periodo Blu”

Alla fine dell’anno fece ritorno in Andalusia nella nativa Malaga ma non ritrovò nei caldi raggi mediterranei quella consolazione sperata.
Fu così che tornò per la seconda volta a Madrid fondando con un amico anarchico una rivista che si proponeva di instaurare nella capitale il movimento modernista catalano: dopo cinque pubblicazioni chiuse e l’artista tornò nuovamente a Barcellona.

Il grave lutto che investì Picasso per la morte dell’amico Casagemas lo scosse profondamente portando a colmare questo vuoto con una produzione di quadri malinconici e inquieti che fanno ricorso ad un impianto monocromatico azzurro.

Si trasferì nuovamente a Parigi venendo prontamente notato da un disinvolto mercante d’arte, già amico di Degas, Sisley, Pissarro e Cézanne.
Sessantaquattro dei suoi dipinti presero luce in Rue Laffitte al civico 37 nella famosa Galleri Vollard: corride, scene di costume e vita notturna.
Tuttavia il successo sperato non arriva ed il pittore inizia a viaggiare tra Parigi e Barcellona sempre in continua afflizione e depressione in un periodo che culmina con la realizzazione de La Vita, opera di difficile interpretazione che pare alluda all’impotenza creativa che affliggeva l’artista in quel periodo.

Montmatre e il “periodo rosa”.

Per la quarta volta a Parigi prese definitivamente piede in questo quartiere affittando una vecchia fabbrica e convertendolo in atelier per artisti: era il Bateau-Lavoir.
Qui incontrò Fernande Olivier, una giovane ragazza con la quale condivise i successivi sette anni e nonostante il continuo stato di indigenza per Picasso fu un periodo assai felice.
Allegria, spensieratezza che portarono i “blu” di Picasso alla perdita di intensità fino a divenire di una tenue tonalità rosata.

La svolta cubista

Nell’estate del 1906 visitò Gósol, un villaggio spagnolo incastonato lungo i Pirenei dove venne a contatto con la statuaria iberica preromana, una scoperta così feconda tanto iniziare alla formazione di un nuovo concetto estetico, il cubismo.

La primavera successiva nacque un’opera colossale che inaugurò la stagione cubista di Picasso: Les demoiselles d’Avignon, dove un bordello barcellonese, con cinque donne nude, sono al centro del messaggio.

Le forme sono scomposte, le figure si vedono in tutti i loro lati ignorando qualsiasi legge anatomica.
Nessuno, da Leo Stein a Matisse, comprese il senso della nuova strada intrapresa dall’artista.

Al Salon des Indipendants venivano esposti da diversi anni i dipinti di un piccolo uomo di nome Henri Rousseau, soprannominato “il Doganiere”.
Durante un leggendario banchetto in onore di Rousseau questi confidò a Picasso:

Tu ed io siamo i due più grandi pittori del mondo, tu nel tuo genere egiziano, io in quello moderno!

Le affinità tra il pittore Georges Braque e le opere picassiane, per via della critica comune di quelle figure composte da piccoli cubi, portarono alla definizione della corrente artistica denominata Cubismo.

Nei pressi di Place Pigalle l’artista, allontanatosi dallo squallore di Montmatre, si dedicò con assoluta e piena dedizione ai propri quadri cubisti dando vita a La femme assiseLa ragazza con mandolino e numerosi ritratti.
Nonostante i dissidi iniziali il cubismo iniziò a riscuotere consensi a livello internazionale: dapprima in Germania dove a Berlino vide consolidarsi la propria fama nonostante non furono anni felici.

Lo sapevate che l’artista era sospettato di essere l’attuatore del furto della Gioconda nell’agosto del 1911?

La rottura del rapporto con Fernande e l’intreccio di un’altra relazione sentimentale con Eva Gouel, che morirà di tubercolosi, getta l’artista nello sconforto.
La prima guerra mondiale colse Picasso durante la sua vacanza ad Avignone e successivamente trasferitosi a Parigi visse la separazione e la conseguente solitudine dai suoi numerosi amici francesi chiamati alle armi.
Furono gli anni dei cosiddetti “Balletti russi” dove il pittore collaborò per la realizzazione dei sipari, delle scene e dei costumi.
Durante la trasferta romana il pittore conobbe i futuristi e gli artisti della Secessione venendo a contatto con l’arte rinascimentale e classica.
Si invaghì di una ballerina della Compagnia, la figlia di un colonnello dell’esercito imperiale russo, sposandola nel luglio del 1918 dalla quale ebbe il primogenito Pablo.

La commedia dell’arte e la pittura italiana avvicinarono Pablo Picasso alla sua terza svolta stilistica ovvero verso il “periodo neoclassico” con immagini sintetiche, volumi monumentali: per esempio La lettura della letteraIl flauto di Pan.

 

La prudente fuga dalla Spagna verso la Francia gli portò la commissione di una grande Opera per rappresentare la Seconda Repubblica Spagnola al posto d’onore del Padiglione spagnolo nell’Esposizione Universale di Parigi per l’estate del 1937.
Pablo venne colto dalla notizia dello sterminio della popolazione della città di Guernica da un bombardamento nazista, cinicamente rasa al suolo per un “semplice esperimento terroristico”.

Non sarebbe mai entrato nella disputa della guerra civile ma questo crimine lo portò alla rapida stesura della “Guernica”, una sorta di eco delle foto in bianco e nero che documentavano la tragedia sui quotidiani di allora.
L’artista che non riscuoteva benevole recensioni dal regime di Hitler iniziò ad essere denigrato come fautore di “un’arte degenerata”.
Storica è la risposta che diede al nazista Otto Abetz in merito alla Guernica:

E’ lei che ha fatto questo orrore, maestro?
No, è opera vostra!

La vita artistica di Picasso proseguì in modo frenetico seppur con la seconda guerra mondiale si guadagnò il divieto da parte delle milizie naziste di esporre le sue opere al pubblico.
Il termine del conflitto mondiale lo portò ad “evadere” da Parigi lasciandosi alle spalle la guerra e la sua vita nella capitale francese stabilendosi ad Antibes, acclamato e ben voluto da tutta la comunità.
Qui produsse con un senso di joie de vivre l’ultimo capitolo artistico denso di colori festosi, solari ed emblemi di rinascita e vita.
Si dedicò anche alla rivisitazione del patrimonio artistico europeo regalandoci Les Meninas, tratto da Velásquez, Le donne di Algeri, un confronto con Delacroix ed altre opere fino a plasmare con il suo riconoscibile stile la Colazione sull’erba di Manet producendo numerose varianti.

Ed eccoci infine al riconoscimento artistico che Barcellona ha conferito al suo pittore: l’istituzione del Museo Picasso nel 1963 con dipinti, sculture al quale lo stesso artista donerà oltre mille opere.

Ci lascerà l’8 aprile del 1973 con 91 anni di passioni, storie e soprattutto testimonianze di vita.
Le ultime sue parole furono

Bevete alla mia salute!

E così sia, siamo nel El Born, non sarà difficile trovare una piazzetta con un bar e un cameriere pronto a farci brindare a questo genio!

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